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Il Suicidio

Scritto da Redazione.

Intervento del Dott. Giovanni Castaldi al convegno "Il Suicidio", 12 settembre 2014 - Campus Luigi Einaudi - Dipartimento di Giurisprudenza, Lungo Dora Siena 100, Torino.

Dipartimento di giurisprudenza - Torino

Nel mio lavoro clinico privato e ospedaliero ho incontrato alcune volte persone che si sono suicidate o che hanno tentato il suicidio. In più di trent'anni di lavoro ho visto e conosciuto poche persone che si sono suicidate, mentre ho incontrato parecchie persone che hanno tentato il suicidio, ma non sono riuscite a realizzarlo. Queste ultime erano generalmente ospiti di comunità psichiatriche e i tentativi di suicidio si erano configurati attraverso un forte abuso di farmaci.

C'è una persona che incontro in Comunità che si discosta da questo scenario.

È un uomo un poco più giovane di me, ex imprenditore, che nelle sue peregrinazioni comunitarie si è buttato dal secondo piano della sua casa. La caduta è stata attutita e un po' fermata dai fili dove si stende la biancheria, per cui si è salvato. Ha una gamba fracassata, che gli è stata ricostruita, ma gira con una stampella. Abusava di alcol e la base psichica è un disturbo bipolare. Sta molto meglio ora, anche se non è il caso di abbassare la guardia.

Vorrei però oggi parlarvi di un uomo che invece è riuscito a suicidarsi e che ho incontrato per un paio di anni in un Centro di psicologia pubblico nei dintorni di Milano. È una persona che ho seguito personalmente. La notizia della sua morte, mi ha telefonato la moglie, era da un anno che aveva interrotto la terapia, mi ha scosso e addolorato.
Voglio parlarvi di lui perché è un caso esemplificativo rispetto ai cluster epidemiologici che fanno da spettro psicopatologico dell'atto suicidario.

Apro però una parentesi. La maggior parte dei suicidi, lo dice già Jaspers , lo dice la moderna psichiatria e anche i vari osservatori psicosociologici sulle dinamiche del suicidio, si accompagnano a una base psicopatologica piuttosto grave.
Poi ci sono una gradualità di suicidi in cui la sintomatologia pregressa non è così chiara e delineata, possiamo pensare a delle psicosi chiuse. Infine c'è un numero esiguo di suicidi che esulano da un campo psicopatologico propriamente detto, anche se la cosa deve necessariamente portare a una riflessione.
Vi porto due esempi. Il primo non lo conoscevo e mi ha lasciato piuttosto sorpreso, anche se non fino in fondo.
Si tratta di una vicenda avvenuta in Giappone negli anni '90. Due ragazze di giovane età, 21 e 24 anni, si erano recate su un'isola giapponese in cui c'era un vulcano per suicidarsi gettandosi dentro.
Al momento del salto una delle due ci ha ripensato ed è tornata a casa raccontando la cosa. La vicenda venne a conoscenza e nel giro di un paio d'anni più di 600 persone si recarono sull'isola per buttarsi nel vulcano. La storia  creò un vero e proprio indotto produttivo. Furono creati alberghi, ristoranti e una compagnia di taxi. Inoltre vennero messe a disposizione due navi, invece dei consueti piccoli battelli, che portavano le persone sull'isola, per assistere o per suicidarsi.
La compagnia di navigazione si era rifiutata di vendere biglietti per sola andata.

Il secondo esempio riguarda l'ultimo conflitto mondiale e sempre il Giappone.
La moglie di un noto ammiraglio giapponese, dopo la sconfitta giapponese, aspettava con ansia il suicidio del marito per harakiri (a causa della sconfitta subita). Il marito si suicidò qualche tempo dopo, non immediatamente alla resa del Giappone. La moglie, in questo periodo di sospensione, era molto angosciata e ansiosa perché il marito non si suicidava, riequilibrando così la vergogna subita dalla resa incondizionata alle forze alleate.
Qui la riflessione e l'interrogazione riguardano il sistema sociale.

Torniamo alla persona che avevo in cura. Era un signore robusto, grande, di bella presenza, forte, tra i 55 e i 60 anni, faceva l'imprenditore. Aveva una piccola azienda che aveva messo in piedi molti anni prima e in cui lavorava con la moglie e il figlio, insieme a un esiguo numero di dipendenti. Aveva inoltre una figlia sposata, anch'essa con due figli.
Il problema per cui si era rivolto al servizio psicologico riguardava una forte ansia che si rappresentava anche in litigi furibondi, che intratteneva in particolare con il figlio maschio con cui lavorava. Vi era una componente molto evidente di stress. L'uomo da sempre era stato particolarmente nervoso, un carattere non facile, incline all'ira e al comando. Voleva che le cose funzionassero come diceva lui, aveva un atteggiamento da leader e non da gregario. Intelligente, ambizioso, testardo.
Qualche anno prima, lo stress accumulato lo aveva portato a un ricovero in ospedale per accertamenti cardiaci. I medici gli avevano consigliato una terapia psicologica per cercare di calmarsi e di tranquillizzarsi. Aveva assunto dei farmaci tranquillanti per diversi mesi.
L'infarto che aveva subito aveva una forte componente stressante. Era venuto a parlarmi insieme alla moglie a sei mesi dall'infarto.
L'azienda non funzionava molto bene, c'erano continui litigi con il figlio. L'uomo accusava alle volte anche la moglie di difendere il figlio. Anche con la figlia e i nipoti la situazione era critica, perché essi stessi faticavano a mantenere rapporti pacifici all'interno del proprio nucleo familiare.
La famiglia però, i due figli e la moglie, erano concordi nell'affermare che il centro focale del conflitto era lui.
Senza di lui i tre sarebbero andati d'accordo, anche nel lavoro con i dipendenti, perché avrebbero adottato strategie lavorative diverse, che non potevano percorrere vista l'impossibilità dell'uomo di mettere in discussione le proprie convinzioni.
Già in questa prima fase descritta, si evincono una serie di tratti della personalità che sono caratterizzanti i cluster del suicidio:

1)    Rigidità mentale → costrizione cognitiva.
2)    Dolore psichico (l'uomo stava malissimo) → Sofferenza psicologica.
3)    Incapacità di adattamento.
4)    Fragilità dell'Io (che riguarda la poca tollerabilità e la difficoltà a cambiare i propri punti di vista).
5)    Ambivalenza.

E ancora: difficoltà nelle relazioni interpersonali che si configurano soprattutto nel rifiuto e nell'aggressività.
Tutte queste cose però dichiarano anche una forte componente narcisistica, autoreferenziale, dell'uomo.
Nel corso della terapia individuale, alcune volte veniva accompagnato dalla moglie, avevamo fatto due incontri allargati all'intera famiglia. Erano venuti i due figli che sembravano piuttosto collaborativi. Avevo percepito nei due incontri familiari delle vie di mediazione abbastanza concrete. I litigi con il figlio erano di antica memoria. La moglie me ne aveva parlato di fronte a lui. Per lui era difficile parlarne in prima persona. Erano litigi molto violenti, verbalmente e fisicamente violenti, non venivano alle mani, ma spaccavano tutti gli oggetti che avevano intorno. Il figlio aveva sfasciato a calci e a martellate la macchina del padre per via di un alterco che avevano avuto.
Vivevano mentalmente tra loro in una dimensione frontale, in un muro contro muro che non lasciava tregua. La conflittualità con la moglie e la figlia era meno pregnante, non faceva così male. Era come se il figlio funzionasse da specchio nei confronti del padre. Erano simili, speculari, pur nella diversità che esiste e salta all'occhio nel divenire delle generazioni. Erano caratterialmente speculari ma non fisicamente.

Che cosa emergeva in maniera centrale nella terapia di quest'uomo? Un forte sentimento di delusione. Una delusione nei confronti del figlio maschio. Penso che ci fosse un bene reciproco tra i due, ma la perenne conflittualità quotidiana aveva logorato il rapporto. Il padre soffriva la mancata autorità, non tanto la perdita di autorità perché non c'era mai stata un'assunzione d'autorità riguardo al figlio, fin dall'epoca in cui il figlio era piccolo il loro rapporto si era misurato sullo scontro. Così vicini, così lontani, verrebbe da dire. Il padre soffriva questa sorte d'impotenza e questo sguardo rivale, ma soprattutto scontroso, del figlio. Aveva un figlio contro. Tale era la sua percezione. Lui aveva investito sulla famiglia, aveva dato l'intera vita alla sua famiglia, il lavoro imprenditoriale era spinto anche dal rendere più soddisfacenti le loro condizioni economiche. Tutto ciò non era riconosciuto. Anche la moglie e la figlia stavano diventando complici del figlio, insieme ad altri dipendenti della sua azienda. Ci sono alcuni casi familiari, nel mio lavoro ne ho visti anche se per fortuna non molti, in cui c'è una barriera psichica irremovibile tra genitori e figli, da entrambe le parti. Mi viene in mente come fonte letteraria il libro di Lalla Romano “Le parole tra noi leggere”, dove enucleava la rabbia e l'impotenza relazionale che emergeva tra lei e il suo unico figlio.

Quest'uomo era profondamente segnato da due aspetti psichici. Il primo era una forte personalità che sconfinava in un quadro di personalità paranoico, nel senso della rigidità mentale e del covare rancore. La rabbia rispetto al figlio si era stratificata nel corso degli anni e veniva alle volte inscenata. Queste scene esplosive avevano invece più un carattere istrionico, che è il secondo aspetto psichico, assumevano una forma  teatrale, erano caratterizzate da un'esasperata drammatizzazione e da un'esagerata espressività emotiva.
La sua vita quando comincia a rompersi e a frantumarsi? Quando lui che è stato sempre il nodo centrale della sua famiglia sente che non lo è più. La sua funzione centrale vacilla. Vacilla non solo riguardo al figlio, ha sempre vacillato, ma vacilla nei confronti del resto della sua famiglia e addirittura riguardo ai dipendenti. Tutti sono contro di lui. Il suo investimento dove si è perduto, che cosa gli è stato riconosciuto da loro?
Inizia qui una fantasia suicidaria, peraltro già espressa, che si trasformerà in una vera ideazione suicidaria.
L'ultimo anno della terapia è stato incentrato sulla perdita di senso della sua vita. Tale perdita di senso che considerava assoluta, non era soltanto configurata nella perdita di stare al centro della sua famiglia, quindi come perdita della sua autorità, della padronanza e del controllo, ma era venuta meno la stima, il bene, l'amore della sua famiglia verso di lui. Questa perdita di senso aveva prodotto una fantasia di suicidio che spesso è un deterrente riguardo al suicidio vero e proprio.

Una fantasia di suicidio può diventare una scappatoia immaginaria che può sollevare un pensiero cupo e rigido.
Quest'uomo però da una semplice fantasia aveva cominciato a costruire un'ideazione suicidaria.
Aveva visto un luogo, un piccolo lago di montagna, isolato, tranquillo, bello, dove avrebbe potuto immergersi ubriaco e annegare. Sempre di più tale rappresentazione scenica aveva sostituito una dimensione immaginaria, aveva preso il posto di una dimensione immaginativa.
Riprendiamo il concetto di delusione. Ho detto prima che era un uomo deluso. Alla base di un qualsiasi stato melanconico, molto spesso anche nelle psicosi, c'è una delusione che si configura in una dimensione di perdita che è traumatica per la persona che la subisce.
Tale perdita non riguarda necessariamente un prodotto o un soggetto reale. Il più delle volte viene perduto qualcosa in fondo di astratto, complesso per l'individuo perché non è facile configurarlo in una forma. Quale forma possiamo dare alla dignità, alla stima, alla vergogna o all'orgoglio, o anche al bene e all'amore? Sono dimensioni e forme simboliche, immaginarie, che esistono nelle nostre menti perché sono effetti di episodi vissuti che hanno prodotto delle rappresentazioni, alle volte dei fermo immagine, sono generalmente i prodotti di una vita culturale e di un'educazione impartita.
La perdita di un ruolo sociale comporta uno smottamento del terreno psichico. Non è detto che gli episodi vissuti siano cosi tragici come noi li percepiamo.
Che cosa implica vergognarsi o avere perso la stima di un figlio? Implica un mondo di cose, ma in dettaglio implica un'incrinatura piuttosto forte della nostra immagine, del nostro modo d'immaginarci e di rappresentarci nel continuo divenire della nostra vita. Implica un fermo immagine che diventa una rappresentazione negativa di noi.
La nostra immagine e tutto ciò che proiettiamo di essa nel mondo non ci solleva o acquieta, né ci sostiene più. Non l'amiamo e non ci conforta più. Soprattutto non ci difende più dal vivere, gettandoci  in un'angoscia cosmica. Non c'è angoscia di morire ma di vivere.
La nostra ombra, il nostro doppio che ci portiamo dietro, non è più consustanziale al nostro vederci più o meno soddisfatti nella vita. Viene meno la nostra idealità.
C'è una vera e propria disgregazione del nostro immaginario e della nostra immaginazione sull'immagine che abbiamo di noi. Tutto ciò implica un dolore psichico fortissimo. Come possiamo vivere se il nostro immaginario che ci difende è venuto meno, è andato perduto. Tale aspetto è un denominatore comune riguardo a un atto suicidario.

Il suicidio è più comprensibile non come desiderio di morte ma come cessazione del flusso di idee, ovvero la completa cessazione del proprio stato di coscienza e dunque la risoluzione del dolore psicologico insopportabile.
Non c'è più flusso immaginativo. È venuta meno l'illusorietà che è un fattore importante dell'esistenza umana. La dimensione illusoria è profondamente intrinseca alla fenomenologia percettiva visiva e sensitiva dell'uomo. Va considerata l'illusione nel suo aspetto semantico più sostanziale che è quello della finzione. Illusione e finzione vanno a braccetto. In tutto il gioco dell'innamoramento, dell'amore, del volersi bene, del possedersi l'uno con l'altro, del potere e della giustizia, etc, etc, l'illusione è al centro della ruota e la finzione è al centro delle nostre narrazioni e racconti, è al centro della nostra crescita quando ci raccontano le storie e il nostro sguardo si perde in altri mondi.
L'illusione e la finzione permeano le nostre vite, sono strutturalmente connesse all'organizzazione psichica umana.

Potremo continuare a parlare a lungo di ciò ma sospendiamo.

Riguardo alla persona di cui sto parlando tutto ciò era venuto meno. Vi era stato un annullamento di ogni dimensione illusoria, immaginativa, di ogni possibile proiezione positiva della sua vita. Nell' ultimo incontro con me mi aveva detto, sembrava separato dalle cose che enunciava, che mi ringraziava, che avevo fatto tutto il possibile ma che la decisione di suicidarsi era sempre più presente in lui.
Ho insistito affinché continuassero i colloqui ma non mi ha ascoltato.
Il suicidio è stato attuato un anno dopo nella modalità che aveva diverse volte detto.
Ha bevuto due bottiglie di whisky e si è immerso nel lago gelato di montagna che conosceva. La morte è avvenuta per collasso cardiocircolatorio.
Che dire? Un'esistenza tragica. Prendo a prestito le parole che una collega analista aveva detto in un seminario.

L'importante è sottolineare nel suicidio non solo i più evidenti aspetti di aggressività e di autodistruzione, di sorda tragedia, ma gli eterni ritorni libidici dell'amore e della nostalgia.
Ho sempre verificato nella clinica il tema della nostalgia. Quest'uomo, ma anche altri che hanno tentato il suicidio, sono invasi da un gioco nostalgico che nella persona di cui ho parlato si rappresentava nell'ideale che aveva ispirato tutta la sua vita. Essere al centro della sua famiglia e occuparvi un ruolo centrale. Per altre persone, non essere riuscite a rispondere adeguatamente a un desiderio ideale di performance che gli veniva domandato da qualcosa o da qualcuno che aveva fatto parte della loro vita, generalmente l'entourage familiare e sociale di appartenenza.


Dott. Giovanni Castaldi

 

Locandina del convegno

Locandina Convegno - Il Suicidio - CLE Torino

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