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Solitudine e società

Autore: Mattia

“No, io non ho paura della solitudine”. A volte la cerco, quasi fosse una liberazione. Poi quando mi ci trovo in mezzo finisco per fantasticare la società, sapendo che è solo lì in attesa, oppure la vivo come completamente altrove. A volte è impegnativo stare con gli altri,  perché è come se non avessi tempo per pensare alle mie cose, o magari perché in fondo mi ci devo sforzare a stare lì fra tutti. Sforzarmi di essere normale. Ho appena detto che mi trovo “in mezzo” alla solitudine, perché essa è in fondo un mondo, un ambiente, ha le sue regole e i suoi confini, le sue albe e i suoi tramonti, i suoi oceani e le sue feste di paese. A volte ho paura di lasciarla da sola la mia solitudine, ho paura di perderla e di perdere me stesso. Spesso, quando ho il telefono spento, mi sento più in pace, perché è come se si accendesse qualcos’altro. E di solito il mio telefono suona veramente poco. Forse perché non mi sento libero, in società. Non che coltivi un ideale disgraziato di poter fare sempre quello che voglio, di ignorare gli altri, o di prevaricarli. Forse non mi sento e basta. Forse per sentirmi ho bisogno del silenzio. O chi lo sa, magari perché così sono più sicuro, forse più sicuro di essere solo nel modo più consueto, evitando di essere solo in mezzo agli altri, che sinceramente è molto peggio.


Di solito le persone sole sono le uniche che pensano di esserlo così. “Non potrai mai capire la mia solitudine, non ne hai idea”. Io non mi posso ritenere al di fuori da questa tendenza. Mi rendo conto che in fondo guardo agli altri come altri insieme, contrapposti a un me da solo. Come ci fossero due prospettive, non di più, la mia e la loro. Mi chiedo se c’è qualcosa di nostro. Sì, ci sono un sacco di cose, perché io nel mondo mi muovo e nel mondo interagisco, ma queste cose non riguardano né me né loro. Sono cose che stanno tra di noi, e delle quali parliamo, argomentiamo, confrontiamo, sorridiamo o ci arrabbiamo. C’è questa grande distanza. E poi c’è una grande lentezza, sì, perché la solitudine è una cosa lenta, nel senso che tutto il resto va più veloce, il traffico, le persone che camminano, le occasioni che si alternano, i soldi che si spendono, le stesse mie parole che si creano. Tutto ciò che sta al di fuori della solitudine va più veloce, tutto tranne i giorni.

“Io non ho paura di stare da solo”, ecco la sfumatura, ecco la frase giusta. Ma ho una grande paura della solitudine. E di cosa ho paura di questa solitudine? Ho paura del fatto che essa non risponde, col rischio che io esista solo per me.
E mi devo considerare un disturbato psichico per tutto ciò? Forse un malato? E poi io non sono solo questo, e inoltre io so di sapere, ci rifletto. A me verrebbe da dire di no, quindi, e ci credo piuttosto intimamente.
Ma non posso negare che il senso di solitudine disturbi la mia psiche.

>Black Sabbath - Solitude, in Master of Reality, del 1971.

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