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Cosa accade se guarisco?

Scritto da Dott.ssa Monica Luchi.

Immagine tratta da "Carnage", di R. PolanskyCapita spesso di ascoltare racconti di vite che si riducono a territori sempre più piccoli e più controllati, senza progetti, senza obiettivi e senza inoltre incantamenti.
Vite che si trascinano  e si esauriscono nella puntualizzazione e, appunto nel controllo di dettagli, a prima vista insignificanti: il minimo.
Misurazioni da orafi delle grammature e osservazioni da astronomo dei pulviscoli che ruotano attorno ad un raggio di luce. Tutto questo accade senza immaginazione1, come se l’immaginario in cui si rifugiano rivendicasse autonomia dalla realtà e dal mondo dei simboli.
-“Riesco a guidare su strade comunali, statali e provinciali, ma l’autostrada no! Sono anni ormai che la evito, anche se guida mio marito mi manca l’aria, il cuore batte velocissimo e rischio il collasso”.

- “Ho una vita scandita da ritmi di studio serratissimi, sono sempre andato bene all’università, i miei genitori sono molto orgogliosi, ora però non riesco più a guidare dal mio paese alla Facoltà, beh, il sabato sera quando esco con la mia ragazza guido l’auto volentieri, è proprio  sulla strada da casa all’università che non riesco ad andare, sudo, ho la tachicardia, non ce la faccio proprio, per un periodo mi ha accompagnato la mamma, ma non basta, anche con lei in auto mi sento morire, ed anche sui mezzi pubblici. E’ proprio quel percorso che non posso fare!”.
- “Mi mancano due esami e la tesi, ma non ce la faccio. Ormai sono passati quattro anni”.
- “Scrivendo la tesi sono ingrassata dodici chili e non riesco più a perderli, sa dottoressa, adesso vorrei un bambino, mah, cosa dice? Rischio di ingrassarne altri dodici!”
- “Potrei conoscere una ragazza e innamorarmi,  al mio corso ne incontro venti, due volte la settimana ma nessuna mi piace, potrei anche prendermi un raffreddore, sento un raspino in gola ed inizia sempre così, e se ho il raffreddore devo stare a casa dal lavoro e, se sto a casa poi mi abituo e, magari poi farò fatica a ritornare a lavorare…”

Ogni storia è diversa e la meraviglia è che nelle loro infinite ripetizioni per regolare l’assurdo2 i soggetti si velano e si aggrovigliano tanto maggiore è lo sforzo per dipanare la matassa. Più spesso il rotolo è composto da più fili che si avvolgono in direzioni contrarie.
Ci sono illustri colleghi che  si interrogano se  sia più efficace in una cura  l’Insight  (inteso come una illuminazione sulla causa scatenante che in una logica lineare e unidirezionale passato-presente dovrebbe appunto permettere il cambiamento e/o la soluzione del problema) o il Transfert  (inteso come l’instaurarsi di una relazione di fiducia) perché il soggetto possa reperirsi in quanto racconta e percepire la propria storia non come un groviglio che lo lega mani e piedi e al quale si sente costretto ad aggiungere un numero sempre maggiore di ostacoli. Perché con le mani e i piedi legati non si può fare altro che restare immobili, ma anche nell’immobilità, ci insegnano i sognatori possono accadere molte cose.
Anche per  Molly di Giorni felici di Beckett l’immaginario non potrà mai diventare immaginazione e il desiderio non diventerà scoperta.

Come si può desiderare di avere il coraggio di ascoltarsi e ritrovarsi nella propria storia?
Ci sono molte strade, quella che  preferisco non esclude né l’Insight, né il Transfert se questi due portentosi dispositivi ci possono indicare la coerenza di un desiderio soggettivo che si articola e trova il coraggio di esprimersi solo in un intreccio con l’alterità. È proprio nello stupore infantile di un Insight che sopraggiunge in un legame liberatorio con l’altro che possiamo pensare il nostro bene in una confluenza con il bene comune.

 

1Nel significato che propone del  termine Gerald Holton, L'immaginazione scientifica. I temi del pensiero scientifico, Einaudi, Torino 1983.

2Intendo assurdo così come appare ne La cantatrice calva (1950) di Jonesco o nel più recente Carnage di Roman Polansky.

 


Dott.ssa Monica Luchi

 

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