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Il disagio della contemporaneità

Scritto da Dott. Giancarlo Ricci.

Alcune pagine di Giorgio Agamben nel suo saggio Nudità (Nottetempo, 2009), si soffermano sul tema della contemporaneità. Tema mai così attuale, perché avvertiamo con inquietudine ciò che sta accadendo in queste settimane sulla scena politica, sociale, economica. Gli orizzonti del futuro sembrano improvvisamente mutati. Che cosa sta accadendo? In effetti avvertiamo una sfasatura, un anacronismo, una discrepanza tra ciò che riteniamo il passato e ciò che accade, giorno dopo giorno.

“Contemporaneo - scrive Agamben - non è soltanto colui che, percependo il buio presente, ne afferra la tenua luce; è anche colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di citarla secondo una necessità che proviene da un’esigenza a cui egli non può non rispondere” (p. 31).

Non è difficile percepire come il nostro tempo è già, simultaneamente, un altro tempo. La contemporaneità è abitata dall’altrove. La contemporaneità è il tempo di un’alterità irriducibile. Eppure bisognerebbe riconoscere che la contemporaneità, quella descritta e propagandata dai media, è attraversata da una sorta di perversione temporale: le cose sono già accadute perché già confezionate dai media, il disagio ha già un nome ancor prima di essere esplorato, il nuovo viene sempre sospettato di essere una ripetizione di qualcosa di già visto. Vecchi concetti vengono utilizzati per leggere l’emergenza di ciò che accade.

In definitiva nulla può accadere che non sia già inscritto in una rete immaginaria prestabilita che nomina le cose ancor prima che accadano. E’ come se ciò costituisse il risvolto, nel mondo dell’informazione e della comunicazione, dello scientismo ossia di un’onnipotenza (immaginaria) che vorrebbe attuare un monopolio sul reale.

Gli effetti ci sono: il soggetto ne rimane schiacciato, smarrito, indifeso. E confuso perché il piano immaginario e quello simbolico si mescolano e si sovrappongono. Il futuro ci viene incontro in modo troppo veloce. Ci travolge. Forse l’unica risorsa rimane l’inconscio, il nostro inconscio, la nostra più paradossale e  più radicata identità. Lavorare con il proprio inconscio, con la nostra memoria, apre una prospettiva che delinea l’ambito di una verità soggettiva. E’ buona cosa fare affidamento alla nostra soggettività che ci sorregge e ci porta. Non a caso le ultime righe dell’Interpretazione dei sogni - parole che racchiudono la cifra del sogno - incominciano con il tema del portare: “Il sogno ci porta verso il futuro, ma questo futuro, considerato dal sognatore come presente, è modellato dal desiderio indistruttibile a immagine di quel passato”.

 

Dott. Giancarlo Ricci

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