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CsO - Re:Mixed:Genet / The voice of chunk

Scritto da Redazione.

Autore: Gian Paolo Galasi

 

(Demetrio Stratos - Antonin Artaud)

 

Questa occupazione dava un senso alla sua vita. Poiché ogni gesto era perfetto, che lo facesse con uno straccio sporco d'olio o una chiave inglese. Ogni atteggiamento era bello. Accovacciato sui polpacci o facendo girare, chino, la ruota libera, Gil si trasfigurava. Raggiava della precisione e della delicatezza di ogni movimento. Quello che doveva restare nell'inconscio collettivo come un ibrido mostro tra umano e ferino, diviso tra la selva e la città - il lupo mannaro - è, dunque, in origine la figura di colui che è stato bandito dalla comunità. Che egli sia definito uomo-lupo e non semplicemente lupo (l'espressione caput lupinum ha la forma di uno statuto giuridico) è qui decisivo. La vita del bandito - come quella dell'uomo sacro - non è un pezzo di natura ferina senz'alcuna relazione col diritto e con la città; è, invece, una soglia di indifferenza e di passaggio fra l'animale e l'uomo, la phyìsis e il nòmos, l'esclusione e l'inclusione: loup garou, lupo mannaro, appunto, né uomo né belva, che abita paradossalmente entrambi i mondi senza appartenere a nessuno.

La rappresentazione è dunque sempre una repressione-rimozione della produzione desiderante, ma in modi molto diversi, secondo la formazione sociale considerata. Il sistema della rappresentazione ha tre elementi in profondità, il rappresentante rimosso, la rappresentazione rimovente e il rappresentato spostato. Ma anche le istanze che li attualizzano sono variabili: ci sono migrazioni nel sistema. Non abbiamo alcuna ragione per credere all'universalità d'un unico e identico apparato di rimozione socio-culturale. Si può parlare di un coefficiente d'affinità più o meno grande tra le macchine sociali e le macchine desideranti, a seconda che i loro regimi rispettivi siano più o meno prossimi, a seconda che le seconde abbiano più o meno probabilità di far passare le loro connessioni e le loro interazioni nel regime statistico delle prime, a seconda che gli elementi mortiferi vengano presi nel meccanismo del desiderio, incasellati nella macchina sociale, o al contrario si riuniscano in un istinto di morte che si propaga in tutta la macchina sociale e schiaccia il desiderio.

L'essenza (o utilità) della voce è la sua produzione di senso verbale per la manifestazione e l'esteriorizzazione dello spirito del soggetto. Il simulacro è l'apparenza, tanto ingannevole e superficiale da incorrere in menzogne ed errori. L'arte oggettiva si avvicina al massimo alle forme di percezione, e la natura e il comportamento degli uomini sono decisamente superficiali e ingannevoli. L'arte, perciò, tende ad essere una rappresentazione dell'irrappresentabile, un processo per ingannare nel miglior modo possibile. Da ciò si conclude che la voce, nella sua rappresentazione artistica, dovrebbe essere pura apparenza, pharmakon, velenosa e curativa, senza niente al di fuori di essa. Voce in quanto voce.

Non si è mai fuori dalla Macchina nemmeno in solitudine, in amore, a tempo "libero", in vacanza, ecc.: era questo il mio S.A.D.E. Servo-Padrone. E tuttavia, soprattutto i più giovani, non si "rassegnano" a considerare la propria età un'età dell'uomo (immaturità d'uno stadio d'ingranaggio). No, come se non bastasse, un demone borghese-antiborghese ne fa un partito. E' un demone faustiano rovesciato: la Coscienza di Macchina. Eh!, ci sono i Problemi! Quali?, se "l'universo è l'infinito della mia disattenzione (non so più chi l'abbia detto?) … E invece, no. Queste giovani anime ("brutte"?) si rammaricano perché emarginate. Da che? Dall'ingranaggio della Macchina o dalla coscienza-azione della Macchina stessa? Come dire?, è davvero l'autoemarginazione che hanno in dispregio, coincidendo questa posizione con la sola conquista (anche questa illusoria scelta) possibile, se possibile è solo al di là della storia … Se politica-attrice è solamente la variazione continua del mio stupore. Se davvero è impensabile morire di morte.

Firma del patto. Faust legge con un tono di voce commerciale il suo contratto con Mefistofele. Ma dal suo gesto trapela lo sforzo che compie per reprimere l'angoscia che lo tormenta. Infine, superando ogni esitazione egli si strappa di dosso i suoi abiti in una specie di violenza contro se stesso. Devo precisare a questo punto che niente più accadde fra noi da allora che riguardasse le uova; ad eccezione di una volta, abbiamo cessato per sempre di parlarne. Se ci capitava di vederne non potevamo guardarci senza arrossire, interrogandoci dubbiosamente con gli occhi. La fine del racconto mostrerà che questo interrogarci non doveva restare senza risposta, e che la risposta misurò il vuoto aperto in noi, dal nostro trastullarci con le uova.

Questo dérèglement des senses era essenziale anche per la poetica di Rimbaud. In una lettera del 1871 a un amico, Rimbaud dichiarava: "Je est un autre" e aggiungeva "Il poeta si fa veggente mediante un lungo immenso e ragionato sregolarsi di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di follia". Nel collocarsi alla vigilia della costituzione del "soggetto" - quando l'essere umano, nella sua pienezza antropologica, non annullava le differenze - il cantante vuole disegnare la mappa di tutte le stragi operate dalla cultura, tornando al "pre-culturale", e contemporaneamente attuare criticamente nel presente, dove l'informazione manda "in corto circuito" le nostre menti e i nostri sentimenti. La barriera od opposizione tra Oriente e Occidente non tarda a vacillare.

Ma è proprio il concetto di realtà a dover essere messo in questione, per il fatto che esso appartiene al fenomenico in quanto giudicativo. Il mondo fenomenico è in realtà un double-faced world, nel quale da un lato si pongono coppie di opposti, per i quali pragmaticamente si suppone una certa realtà, ma per i quali dall'altro si osserva criticamente che questa realtà si dissolve dal punto di vista di una certa considerazione che della opposizione colga il carattere fattuale e inessenziale. Dal punto di vista nagarjuniano sarebbe un puro sfalsamento creare un'opposizione reale, di positivo e negativo, fra due termini, che in realtà non possono essere contrapposti (opposti), in quanto non godono e non possono godere di uno stesso statuto, che solo potrebbe consentire l'opposizione, mediante l'attribuzione di segni opposti. Per quanto strano possa sembrare, i due termini, posto che come due vogliano essere indicati, dovrebbero avere ambedue il segno uno, ossia uno stesso segno che indichi per tutti e due il principio di dissoluzione. La funzione di opposizione è una funzione discorsiva che non è critica, non è filosofica.

Mario trattenne un'imprecazione. Se cercò di uscire da solo, senza il suo compagno abituale, (il giovane poliziotto che faceva dire a Dédé, meravigliato: "Voi due formate proprio un bel paio", trasformandoli così, agli occhi del ragazzo, in un potente attributo sessuale) era per cancellare la vergogna della sua prima reazione di paura e con la speranza di ammansire il pericolo con l'audacia. Mario sceglieva dunque di uscire di notte, nella nebbia, dove un delitto si fa presto a commetterlo. Camminava allora con passo sicuro, le mani nelle tasche dell'impermeabile, o aggiustandosi meticolosamente sulle dita i guanti di pelle marrone. Quel semplice gesto lo ricongiungeva all'apparato invincibile della Polizia. La prima volta uscì senza revolver, sperando grazie a quell'estremo candore, a quella purezza, di disarmare gli scaricatori che volevano la sua pelle, ma il giorno successivo prese l'arma, che accresceva quello che lui chiamava il suo valore e che consisteva nella fiducia in un ordine di cui il revolver è il segno.

Verifichiamo inequivocabilmente che la voce come veicolo della parola ruba il ricco spazio che può essere riempito della voce-musica, privandolo delle sue sfumature istintive, grezze, rumorose, man mano che ci avviciniamo all'età adulta. Il latino ci fornisce una etimologia abbastanza chiarificatrice. Il vocabolo os, oris significa "bocca". Da essi derivano le parole origine e orifizio, dal momento che, come fa notare Zumthor, la bocca è tanto un'entrata quanto un'uscita: "Ogni origine deriva dall'ordine della voce uscita dalla bocca, concepita sia come il contrario dell'esilio sia come il luogo del ritorno. Alla bocca, perciò, non corrisponde una sola vocalità".

Ai nostri concetti estetici e disinteressati, una cultura autentica contrappone una nozione magica e violentemente egoistica, perché interessata. Perché i messicani captano i Manas, le forze latenti in ogni forma, che non possono essere liberate dalla contemplazione delle forme in quanto tali, ma solo da una identificazione magica con queste forme. La vera cultura agisce attraverso l'esaltazione e la forza, mentre l'ideale estetico europeo tende a gettare lo spirito in uno stato di separazione dalla forza e a farlo assistere alla propria esaltazione. E' un concetto pigro, inutile e tale da generare a breve scadenza la morte. Le spirali del Serpente Quetzalcoatl sono armoniose proprio perché esprimono l'equilibrio e la sinuosità di una forza sopita; e l'intensità formale ha qui soltanto il fine di sedurre e captare una forza che in musica produrrebbe un'angosciosa gamma di suoni. La checca ha annusato il pericolo. Se la fa sotto.

 

 

Sampled:

 

Giorgio Agamben, "Homo Sacer"

Antonin Artaud, "Il teatro e il suo doppio"

Georges Bataille "Storia dell'occhio"

Carmelo Bene, Gilles Deleuze "Sovrapposizioni"

Gilles Deleuze e Félix Guattari, "L'Anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia"

Janete El Haouli, "Demetrio Stratos, alla ricerca della voce-musica"

Jean Genet, "Querelle de Brest"

Jerzy Grotowski "Per un teatro povero"

Icilio Vecchiotti, "Storia del Buddismo indiano" - Vol. 2

Edmund White, "Ladro di Stile - Le diverse vite di Jean Genet"

 

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