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Riflessioni su un'esperienza analitica

Scritto da Utente.

Racconto 

Autore: Mara Pavesi 

Sono donna, il mio corpo non mente. Se mi guardi però non la vedi questa femmina. Vedi soltanto un corpo secco e teso, travestito con abiti che mi rendono il più possibile anonima, quel che cerco è essere quasi invisibile. Gli sguardi degli altri sono un problema. Mi fanno sentire spogliata, e non posso più nascondermi. Rinuncio al gioco della seduzione, rimango a guardare un mondo che desidera, senza avere il coraggio di giocare insieme a loro. L'idea di poter piacere a qualcuno è paralizzante. Quando mi guardo allo specchio vivo sempre un'esperienza di imbarazzo, di estraneità e di dolore. Attacco quell'immagine con tutto l'odio che ho, la misuro, la ridicolizzo, la umilio con pensieri taglienti, impietosi. Sono così legata a questi meccanismi che diventa difficile davvero amare quel che vedo impresso nel vetro dello specchio. A volte mi guardo, e piango. Capisco quanto maltratto l'unico corpo che ho e avrò, l'unico che lotta ogni giorno tra una spinta alla dolcezza femminile e la forza più prettamente maschile. Quel che mi aspetta è abbandonare la convinzione errata che debba sacrificare la mia femminilità per essere un maschio mal riuscito. Significa un po' abbassare le armi, rendermi vulnerabile, riconoscermi e darmi un valore. Sono passaggi complessi da compiere. Ma in fondo ho la mia domanda, i miei sogni a spingermi in questo. Ad oggi, raggiunta una consapevolezza, mi sto esercitando in sforzi concreti. Ho deciso di far vivere finalmente la mia essenza femminile, ho deciso di lasciarla respirare senza sentirmi soffocare. Ho deciso di non punirla, ho deciso di guardarla con rispetto. Sto provando a lasciare che si esprima nella sua potenza, nel suo mistero. Sto imparando la responsabilità di essere donna. In un certo senso sto imparando a fare tutto questo, sto lottando contro qualcosa che mi verrebbe più spontaneo, che risulterebbe più familiare, ma che da tempo non mi basta e che non mi soddisfa più. Mi sperimento in abiti nuovi, due centimetri di tacco, una camicia, una gonna. Sembrerà assurdo, ma indossare una gonna come estensione della mia identità non è stato affatto immediato. Permettere agli altri di guardarmi così esposta è stato un lavoro impegnativo. Ora guardo al rituale delle mestruazioni come un'eccezionalità, non più come a una punizione divina, sopporto le vulnerabilità come qualcosa di speciale, un'occasione, non come una debolezza. Mi riconosco come donna anche nello sguardo di un uomo. Accetto il mio desiderio tra le mani del mio ragazzo, desidero che mi accarezzino, riesco a desiderare che senta il mio calore, e soprattutto riesco a comunicargli il mio desiderio, il desiderio di essere amata. E ancora più intenso è sapere di poter sentirmi felice e a mio agio nel rispondere al suo desiderio, sapendo di essere un oggetto sessualizzato che realmente può completarlo e non più un essere informe, incolore e inconsistente, più strumentale al suo godimento e al suo piacere che complementare.
E' emozionante anche riuscire a guardare mio padre e cogliere nei suoi occhi la sua amorevole approvazione a questi miei piccoli sforzi e godere del sostegno di una madre davvero tanto paziente.
E' impagabile riuscire ad abbozzare un sorriso alla persona che mi rappresenta lo specchio.
Sto restituendo alla poesia e alla bellezza lo statuto che gli competono, ho capito che esse sono nello sguardo delle cose, non nelle cose in sé.

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