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Togli l'attesa dal desiderio

Scritto da Dott.ssa Monica Luchi.

carte di creditoTake the waiting out of wanting (Togli l’attesa dal desiderio”)

(Slogan di una vecchia campagna pubblicitaria Americana per il lancio delle carte di credito)

Quella in cui stiamo vivendo è un’epoca di svolta. E’ sempre piuttosto difficile parlare del contemporaneo, eppure rischioso, anche se certamente sarà dei posteri l’ardua sentenza, come scrisse il Manzoni a proposito della gloria di Napoleone, provo ad arrischiarmi su questo terreno scivoloso che sono le parole del presente come giungono nello studio di uno psicoanalista. Sperando ovviamente di essere contraddetta, confermata o arricchita dall’intervento di altri colleghi.
Le parole che giungono sono: cambiamento necessario, crisi strutturale, crisi di sistema, crisi del credito e crisi dei mercati, recessione, default, piano di aiuti, governo tecnico, ripagare il debito, fondi di salvataggio, “tsunami finanziario”, debito pubblico, ecc..

Insieme a queste parole ci giunge qualcosa che forse, detto così, può apparire banale, ma che mi pare debba essere affrontato anche da questa suprema e ovvia angolazione ossia, come ci indica Bauman : “…la natura della sofferenza umana dipende dal modo di vivere degli esseri umani. Come per qualsiasi male della società, le radici del dolore che oggi lamentiamo sono profondamente ancorate al modo artefatto in cui ci viene insegnato a vivere: alla nostra abitudine, meticolosamente coltivata e ormai profondamente radicata, di correre a chiedere soldi in prestito ogni volta che c’è un problema da affrontare o una difficoltà da superare. Vivere a credito crea dipendenza come e forse più di qualsiasi altra droga, e sicuramente più degli altri tranquillanti in offerta; e se per anni è stata somministrata una droga, quando essa non è più disponibile o diventa difficile da reperire, lo choc è inevitabile. La via d’uscita dal trauma che affligge i tossicodipendenti come gli spacciatori che ora ci viene proposta è quella apparentemente facile: ripristinare la fornitura (si spera regolare) di droga; tornare a quella dipendenza che fino ad oggi sembrava aiutarci tanto efficacemente a non preoccuparci dei problemi, e tanto meno delle loro radici.

”Arrivare alle radici del problema, anche se non è una soluzione immediata, è forse però l’unica soluzione che può aiutarci a sopravvivere e, soprattutto a segnalarci il percorso verso la  disassuefazione.   Mi domando, infatti, sovente che cosa induce il tale o il talaltro soggetto a vivere, Bauman dice in modo “artefatto”, in altra epoca, nella società dei produttori, nella società solida si sarebbe detto in modo “alienato”?
Oppure, mi chiedo: come mai dietro quella facciata di adulto ragionevole quella persona non sia in grado di giungere a un compromesso nelle rivendicazioni che si presentano tra il principio di realtà e quello di piacere, che lo rimbalzano continuamente da una parte all’altra?  Come mai quel tale si percepisce, di fronte alla richiesta di impegnarsi a fondo, di fronte a un conflitto relazionale, incapace di conquistare l’approvazione del partner, e si sente completamente sfornito di ogni energia vitale tesa a meritarsi o guadagnarsi il  consenso dell’altro, incapace di attendere che i suoi sforzi diano dei frutti? Perché si sente guidato come un automa a ripetere sempre i medesimi errori, perché precipita in angoscia, stati di inquietudine e di codipendenza sado-masochistica ogni volta che si trova ad affrontare un cambiamento, a discapito dell’intelligenza e della  sua volontà adulta e suo malgrado?
Il passato non si eclissa, non sparirà mai e, per fortuna,  poiché  rappresenta le radici dell’essere, le sue fondamenta, la sorgente e la riserva, per tutta la vita di quel che Bergson definiva slancio vitale. Il nostro passato informa il nostro avvenire.
Eppure quell’uomo e quella donna occidentali di buona intelligenza e con abilità notevoli, percepiscono come fardello il proprio passato, cioè l’idea della connessione e del radicamento viene percepita come infermità che impedisce al soggetto di essere libero e di sentirsi sé stesso.

Questo, mi pare un problema sul quale noi psicoanalisti dobbiamo interrogarci ovviamente nelle differenze che propongono ciascun caso e ogni soggetto.
“Non so cosa mi abbia preso” o “E’ più forte di me!” paiono risultare due paradigmi significativi  della scissione soggettiva nel nostro contemporaneo.  Ora nel contesto  attuale, nella condizione di debitore in cui si trova il soggetto contemporaneo, e nella sua incapacità di attendere impegnandosi, quella che Bauman descrive come “correre a chiedere soldi in prestito ogni volta che c’è un problema da affrontare o una difficoltà da superare.” In questa sottomissione al principio del piacere che informa il contesto culturale nel quale siamo immersi ritrovo una vecchia ambiguità la confusione tra desiderio e bisogno, tra reale e immaginario che se da una parte connota il passaggio, come dicevamo prima dalla moderna società solida dei produttori alla moderna società liquida dei consumatori; dall’altra espropria il soggetto dalla propria sana dipendenza al tempo.

Il debitore è colui che preso dal sortilegio di togliere l’attesa dal desiderio non si accorge che godersela adesso e pagare dopo è il modo in cui si lascia espropriare dal futuro, è il modo in cui attraverso una serie inesorabile di rinvii, viene derubato del tempo.
Il rapporto tra tempo e debito, prestito di denaro e appropriazione del tempo da parte di colui che presta è noto da secoli. Rifiutare o negare il tempo,  piuttosto che esserne espropriati, lascia il soggetto in quel limbo fusionale  con la madre da cui non potrà emanciparsi. Il bambino posto precocemente nella posizione adulta, perché vengono rifiutati i limiti imposti dal tempo, è stato privato della dipendenza a suo tempo e luogo e rischia di rimanere immaturo e dipendente per tutta la vita - è quella che oggi viene chiamata “addiction”- alla quale preferisco però il termine dipendenza. E’ un soggetto che resta incapace di diventare adulto, durante tutta la sua esistenza. Bisogna essere stati piccoli per poter diventare grandi.
Questo mi pare uno dei sintomi più frequenti nella clinica contemporanea. Concludo questi continui passaggi illeciti dal particolare al generale con una, a mio parere significativa, lettura di Howard Gardner: ”Qualsiasi società che speri di resistere nel tempo deve trovare il modo di garantire che questi concetti e questi valori vengano trasmessi in una forma accettabile alle generazioni successive. Perché se rinunciamo ad una vita contrassegnata da verità, bellezza e bontà – o almeno tesa alla loro continua ricerca – ci rassegniamo, sotto tutti i punti di vista, a un mondo in cui nulla ha valore, in cui tutto va bene”. Questo mondo in cui tutto va bene è proprio quello dell’indifferenziato e del fusionale, in cui regna sovrana la confusione: in cui il bisogno è uguale al desiderio e il desiderio è senza attesa e va quindi  immediatamente goduto.


Dott.ssa Monica Luchi

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