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Fare arte e fare psicoanalisi

 

Titolo: Fare arte e fare psicoanalisi

Autore: Dott. Giovanni Castaldi

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1. Premessa

Lavoro come psicoanalista da più di trent'anni a Milano. Ho una lunga formazione analitica e mi sono occupato per diverso tempo di riabilitazione psichiatrica. Nell'ambito psichiatrico e in seguito nella terapia con i bambini ho incontrato l'Arteterapia, sviluppandola come tecnica clinica. Insegno Metodi e tecniche dell'Arteterapia presso l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.
Rispondo ad una serie di domande, interrogazioni, riflessioni, che Stefano Ferrari e Mona Lisa Tina, curatori degli “Incontri sul contemporaneo”, al Dipartimento di Arte dell'Università di Bologna, mi hanno rivolto. Le questioni riguardano il rapporto tra arte e psicologia/psicoanalisi; la fruizione dell'opera da parte del pubblico e il valore aggiunto che la psicoanalisi può dare a tale operazione; l'arte come funzione terapeutica o destabilizzante degli individui; la lettura che la psicologia/psicoanalisi fanno dell'arte contemporanea ed infine, se l'idea freudiana dell'arte, realizzata, contenuta e rappresentata in una forma, possa essere ancora valida, nonostante la teoria dell'informe che solca l'arte contemporanea, etc, etc.

1.1 Sulla psicoanalisi

Breve preambolo sul significato che attribuisco alla psicoanalisi.
La psicoanalisi ha la funzione, il compito, di curare. Sono cose che si sanno ma forse è meglio ribadirle. La psicoanalisi nasce e si costruisce all'interno di un contesto medico e scientifico e non nell'ambito di una dimensione filosofica e sociologica. Il fatto che la psicoanalisi possa dire qualcosa d'intelligente sui legami sociali che costituiscono le nostre attuali società e sui nostri stili di vita, non deve fare presumere che essa diventi lo strumento interpretativo al servizio di una psicosociologia dei consumi e dei comportamenti umani. Certamente la psicoanalisi può intervenire nella lettura dei destini dell'uomo ma deve stare sempre molto attenta a non allargarsi troppo e a ricordarsi che il suo lavoro clinico di cura è individuale, singolare, non opera sulle masse indistinte. Una psicoanalisi che avesse un impatto sul territorio mondiale, equivalente all'impatto di un farmaco “miracoloso” come la penicillina, non sarebbe affatto interessante per il mondo, perché diventerebbe quasi certamente un'ideologia presuntuosa e sorda di come gli esseri umani dovrebbero stare al mondo.

 

La psicoanalisi dovrebbe stare sempre di più negli ospedali, non solo nei reparti psichiatrici o nelle comunità, ma anche in altri reparti sanitari. In parte è già presente, ma deve esserlo maggiormente, perché è il solo modo per la terapia psicodinamica di essere concretamente presente nella vita delle persone. Curarsi in un modo piuttosto che in un altro, comporta delle conseguenze nella nostra vita quotidiana. La psicoanalisi deve avere come obiettivo la cura delle persone, ovvero la cura dei sintomi che le persone portano come limiti della loro esistenza. Praticare una terapia analitica, significa per una persona che viene a domandarla, condividere con l'analista in tempi e in luoghi precisi, il disagio psichico, i limiti e le incongruenze mentali che sta vivendo per riuscire a trasformarli e a separarcisi. Parlare vuol dire attraversare le nuvole mentali che abbiamo nelle nostre teste, significa fare cadere le immaginazioni che ci rovinano la vita, significa riprendere a camminare con i piedi per terra e la testa per aria e non il contrario.

Il Novecento, ormai alle nostre spalle, è stato invaso e permeato dalla concezione freudiana dell'uomo. Il pensiero freudiano non è stato solo recepito dall'area scientifica degli addetti ai lavori, non è stato un pensiero di nicchia culturale, è penetrato nella società civile in tutte le sue parti più rappresentative e anche più nascoste. L'uomo e la donna che escono dal secondo conflitto mondiale, sono ancora impregnati e carichi di entità ideologiche, che verranno poco a poco messe da parte per dare spazio a un'ideologia del benessere d'impronta americana, che mette al centro il pensiero freudiano edulcorato, annacquato, interpretato, addomesticato, ma utile al comportamento civile delle nostre politiche democratiche. Si costruisce una psicologia elaborata dai pronipoti del pensiero freudiano, funzionale all'idea di una società progressista, infarcita forse un po' troppo di psicologia. Chiunque viva nella nostra contemporaneità, soprattutto in Europa o nelle due Americhe, ma anche in Australia o in Giappone o in alcune parti dell'Africa o dell'Asia, ha ormai un DNA “psicologico”, pur non essendone magari consapevole. Fare arte oggi non può prescindere dai giochi psicologici che costituiscono la nostra società che è l'effetto del nostro essere anime psicologiche. L'inconscio da una parte è sempre esistito, anche se solo recentemente con Freud è stato organizzato e riconosciuto. Dico che l'inconscio è sempre esistito, perché una società umana è da sempre organizzata in un sistema simbolico, rappresentato da funzioni e ruoli sociali, che promuovono, realizzano e trasformano leggi, che istituiscono i costumi culturali di ogni epoca. L'impatto che l'uomo ha con i suoi simili con cui interseca la vita, genera gioie, dolori, incomprensioni, simpatie, antipatie, che producono resti linguistici (avrei dovuto dirgli così, non ho trovato le parole per esternargli il mio amore o il mio odio), scampoli di senso, scarti percettivi, tracce di ricordi, alle volte inconsapevoli e altre volte coscienti del nostro essere persone. Sono resti di pensieri, resti delle azioni fisiche buone e cattive che noi conduciamo verso gli altri. A questa molteplice folla di roba e di cose costituita da resti e da scarti che comportano emozioni belle e brutte etc, etc, è stato dato il nome d'inconscio. Anche l'uomo antico o medioevale sentiva tali faccende emotive, ma le interpretava e le viveva in altro modo. Il divino e il sacro erano più forti e consistenti e ci si rimetteva ai loro voleri, l'io era ben poca cosa. Insomma l'inconscio era di Dio, così come l'uomo era di Dio e non del suo simile o del suo riflesso. Lui era l'autore e l'autorità del creato con cui si doveva fare i conti.

 

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