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Che funzione hanno i sintomi? Un caso di attacchi di panico

Scritto da Dott. Simone Bonfanti.

Era un uomo di 35 anni che si rivolgeva a me per quelli che lui definiva attacchi di panico. Durante tutta la giornata questo signore era impegnato a contrastare pensieri legati alla possibile insorgenza di questi attacchi: "…e se arriva come faccio, ecco, ecco, sta arrivando... adesso mi tocca fermarmi in macchina in mezzo alla strada…". Inoltre questi attacchi erano accompagnati da pensieri legati alla sfera ipocondriaca: si preoccupava circa la sua salute fisica, pensava di avere qualcosa di organico che gli impediva di poter svolgere la sua vita normalmente. Era sposato e aveva un figlio nato da poco tempo. Mi colpì molto la sensazione che provai fin dal nostro primo incontro: era come se quell'uomo riuscisse ad esserci solo attraverso i suoi sintomi. Mi sembrava che non fosse per niente in contatto con il suo mondo emotivo.

Dopo diverso tempo in cui l'argomento centrale sono stati i sintomi, abbiamo iniziato a parlare del suo contesto di vita: la sua storia famigliare era caratterizzata da una figura materna disturbata, con gravi problemi a livello psichico. A tal proposito ricorda: "Molto spesso venivo portato in camera mia da mio padre, quando lei faceva cose strane, oppure ero invitato a uscire per non disturbare mia mamma, perché stava male e aveva bisogno di tranquillità… non ho mai avuto chiaramente presente cosa avesse, quello che avevo ben chiaro è che dovevo stare tranquillo, così stava tranquilla anche lei… ma non ricordo molto, scene strane… a volte avevo paura, perché non capivo cosa succedeva. Mi ricordo che aveva comportamenti strani…". Viveva questi momenti con profonda angoscia: si sentiva impotente rispetto quanto stava succedendo.

Gli rimando che forse avvertiva sentimenti contrastanti verso questa madre che stava sempre male, e si sentiva un po' limitato dalla situazione: avrebbe voluto far qualcosa ma si sentiva impossibilitato. Come risposta fa un associazione che sul momento non mi risulta del tutto chiara: "…quando sto male, adesso, quando ho questi attacchi, chiamo i miei genitori perché mi sento più sicuro se li sento…". Lascia cadere l'argomento.Dott. Simone Bonfanti

Dopo questa seduta dai forti contenuti, ha un attacco di panico in cui sta talmente male da dover ricorrere alle cure del pronto soccorso: questo succede dopo qualche mese di terapia. La seduta successiva mi riporta il fatto di essersi fatto prescrivere un ansiolitico dal medico di base. Associo questa condizione al fatto che siano state prese in considerazione questioni di una certa rilevanza, che forse ha sentito come difficili da gestire. Gli riporto questa considerazione, e discutiamo rispetto a come lui abbia vissuto la seduta precedente come troppo invasiva, qualcosa da cui dover prendere le distanze, forse.

L'ansiolitico, assunto al bisogno, diminuisce notevolmente il suo stato di angoscia, permettendogli quelle azioni che prima non si sentiva più di fare: andare al lavoro con tranquillità, girare in macchina… Però, rispetto alla terapia, ci troviamo in un momento di forte empasse: man mano che sta meglio (l'ansiolitico funziona), ci troviamo in una situazione in cui proseguire la terapia diventa più problematico. C'è un forte senso di insoddisfazione da entrambe le parti. Le cose migliorano dal punto di vista sintomatologico, eppure non si sente soddisfatto: “Sono venuto qui e pensavo di fare qualcosa... cambiare qualcosa... adesso sto meglio, so che mi bastano le gocce per stare tranquillo, dovrei essere al settimo cielo... eppure non è così”.  Rispetto a prima, si ritrova più distante dai suoi stati emotivi, ed è sicuramente più difficile proseguire il lavoro di terapia.

Dopo circa tre mesi di sostanziale stallo, durante una seduta mi racconta un sogno: "Sono qui con te e cerco di urlare, ma mi manca la voce e a me sembra che a te non interessi nulla, anzi, quasi che ti vada bene se non urlo…". Fra le varie associazioni che fa, una mi colpisce particolarmente: gli chiedo perché io non dovrei volere che lui urli e mi risponde "Non so perché tu non dovresti volere che io urli, ma a volte mi ritrovo a pensare che tu mi voglia tranquillo". Gli chiedo cosa intendesse per tranquillo. Risponde: "Non so esattamente… ma da quando sto meglio penso che tu sia più contento…". Poi continua: “La questione è che questo benessere non l'ho deciso io, l'hanno deciso i farmaci...”. Collego quello che mi dice a quello che ci eravamo detti nell'ultima seduta prima del ricorso ai farmaci e gli rimando: “Ancora una volta c'è qualcuno che ti fa stare tranquillo…”. Effettivamente i farmaci lo fanno stare meglio, ma sentirsi così non lo soddisfa: “È come essere obbligati... forse volevo fare un po' di casino... uscire dalla stanza...”. Seguendo gli stati emotivi e le associazioni, il processo di terapia riprende.

Dopo un controllo con il medico che gli aveva prescritto l'ansiolitico, su richiesta del paziente la dose viene diminuita. Qualche angoscia rifà capolino. La cosa lo spaventa un po', ma in questa situazione sente più di prima la necessità di mettersi in discussione. Pian piano entriamo nel vivo della sua questione, in quella familiare e personale. Meno si sente spaventato da quello che affrontiamo in terapia, più sente di poterlo gestire, meno ricorre ai sintomi per esprimersi. Diminuisce notevolmente l'angoscia e dopo più di un anno di lavoro insieme il paziente - con il medico curante - decidono per l'interruzione dei farmaci. È un momento delicato della sua vita. Il lavoro proseguirà per altri due anni e mezzo.

I sintomi che questo signore lamentava all'inizio erano legati alla difficoltà nel potersi esprimere "in modo chiassoso, non impotente", citando le sue parole. Quello che desiderava fin da piccolo: farsi sentire da dentro la stanza chiusa: "Avevo la sensazione che nessuno mi ascoltasse… quando piangevo, ridevo, mi arrabbiavo… tutto uguale, la reazione era la stessa: stai tranquillo, non ti agitare. Nella mia testa se mi fossi agitato sarebbe esploso il mondo! Non avevo possibilità di uscire dal guscio, era troppo pericoloso per me!". Quando ha sentito la necessità di assumere farmaci, si è sentito tranquillo nel ricorrerci, nel rientrare in camera sua, smettere di fare chiasso, perché aveva avvertito che poteva essere una soluzione di comodo, soluzione che però andava nella direzione da lui sempre adottata: stare tranquillo.

Gli attacchi di panico sono stati il modo in cui è riuscito a esprimere la sua volontà di cambiare rispetto a un discorso che lo faceva sentire impotente e lo metteva in una condizione di "tranquillità forzata". Era forte in lui la volontà di far sentire il suo dissenso per quello che non era mai riuscito a capire: "Com'è che devo stare qui tranquillo per fare stare tranquilla la mamma?". E lo aveva fatto fino a che aveva potuto. In concomitanza con la nascita del figlio, erano iniziati i suoi problemi: cercare di uscire da un discorso che non sentiva più suo lo aveva portato a organizzare un sintomo che gli permettesse di farsi sentire, perché farsi sentire "era l'unico modo che avevo per mostrare il mio risentimento, per uscire dal contesto familiare dei miei… contesto che mi voleva in un certo modo… ". La nascita del figlio aveva fatto si che si riattivassero in lui alcuni meccanismi che ormai sentiva come disfunzionali: questo signore era spesso tormentato dal desiderio di dire quello che pensava e dalla paura di dirlo, temeva che se si fosse imposto gli altri ne avrebbero sofferto, oppure che non sarebbe mai riuscito a imporsi. Questo rischiava di condizionare in negativo la sua vita, e con la nascita del suo primo figlio sentiva la necessità di cambiare alcune cose in lui. È sicuramente stato doloroso mettere in gioco questioni che prima non aveva mai preso in considerazione. Anche il contattare i genitori durante gli attacchi di panico era un derivato di quello che avrebbe voluto fare da piccolo ma non aveva potuto. Dietro ci stava un forte risentimento nei loro confronti.

In sostanza, i sintomi per lui sono stati il modo che ha trovato per mettersi in gioco, per darsi la possibilità di cambiare qualcosa all'interno della sua sfera personale. Potersi dire, poter fare chiasso, gli ha permesso di vedere la paura che si portava dentro, non legata a angosce ipocondriache in quanto tali, angosce che tenevano vicino a lui i genitori, gli permettevano di farli partecipi del suo chiasso, di far sentire loro che stava finalmente facendo casino e che, come diceva, loro non potevano impedirglielo. Le sue paure erano legate alla difficoltà di uscire dal suo guscio, da camera sua. Inizialmente attraverso i sintomi, poi nella relazione terapeutica con me, si è dato la possibilità di attraversare e affrontare le sue questioni. E, quando fare casino in quel modo non gli è più servito, ha iniziato a farsi sentire in modi più funzionali e meno dolorosi.

 

Dott. Simone Bonfanti

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