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Aspettando l'ansia - Racconto

Autore: Cristina 

Aspettando il professore fuori dall'aula in cui avrei sostenuto l'esame, mi resi conto di sentirmi stranamente tranquilla, senza quella paura e quel senso di ansia che erano solite accompagnarmi ogni qual volta entravo in università. L'esame era Psicologia dei Gruppi, sui cui testi studiavo da mesi e questo mi faceva credere abbastanza preparata da non preoccuparmi di un eventuale esito negativo. Nel momento in cui ho visto arrivare il professore, c'erano altri ragazzi con me ad attenderlo, loro però avrebbero sostenuto un altro esame, scritto, a differenza del mio che era orale.
Entrato in aula e consegnati i compiti agli studenti, il professore mi invitò a sedermi di fianco al tavolo attorno al quale si era accomodato con le sue tre assistenti. Mi sedetti pacatamente e attesi la prima domanda: i modelli di sviluppo del gruppo. Perfetto, la so. Iniziai a rispondere, abbastanza sicura di ciò che dicevo, mi pareva di essere chiara, il discorso era lineare, le frasi fluivano coerenti finchè il silenzio tutto intorno non mi ricordò che altre persone stavano cercando di svolgere al meglio il proprio compito, proprio lì in quella piccola aula, dove anche la persona più lontana avrebbe potuto sentire la mia voce ed esserne, a convinzione mia, inevitabilmente disturbato. Subito la sensazione di poter recare fastidio mi fece concentrare sulle mie parole, sul tono con cui le dicevo, un tono che mi impegnai di abbassare sempre di più, fino quasi a sussurrare. Solo il professore doveva sentire ciò che stavo cercando, ormai inutilmente, di spiegare. Non gli altri studenti, che potevano solo sentirsi distratti, né le assistenti che  nel frattempo avevo colto ascoltarmi e guardarmi con aria di sufficienza, cosa che aumentò indubbiamente il mio livello di disagio.
Partendo dal tentativo di controllare il tono della voce, affinchè fosse fuori da ogni sorta di giudizio, critica o apprezzamento, arrivai a sentirmi parlare, a sentire i discorsi, le frasi, le parole, arrivai ad accorgermi del modo con cui mi esprimevo e tutto mi suonò così ridicolo, così stupido. Finchè non mi bloccai totalmente provando una sensazione di crescente ansia mista a quella di essere impossibilitata a continuare la discussione. Non avevo il diritto di continuare a disturbare, non avevo il diritto di continuare a parlare, ormai ero risultata stupida.
Notai che il professore cercò di venirmi incontro, con gentilezza e comprensione mi rifece le domande in modo più chiaro, lo apprezzai e mi resi conto che era solo del suo giudizio che mi sarei dovuta preoccupare, ma ormai il mutismo era la mia unica risposta ed uscire da quell'impasse mi sembrava impossibile, perché voleva dire dimostrare di valere qualcosa, scrostandomi di dosso quell'immagine insicura, fragile e fastidiosa che mi ero convinta di avere leggendolo negli occhi di chi era in quell'aula. Ma forse la via che ho scelto è stata la più semplice, ho SCELTO di non dimostrare, ho SCELTO di rimanere lì, in silenzio, permettendo all'agitazione e al disagio di prendere il sopravvento, permettendo ad altre persone di influire negativamente sul mio stato ed è stata proprio la consapevolezza che stavo SCEGLIENDO ciò che più mi ha fatto male, ciò che più di ogni altro sguardo o giudizio, mi ha fatta sentire inutilmente padrona di me stessa.

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