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Racconto di una speranza: il caso di N.

Scritto da Dott.ssa Marianna Salvato.

Ebbi l’occasione di incontrare per la prima volta N., giovane paziente psicotico di 34 anni, nell’Aprile scorso.

Nello specifico, la sua è una condizione psicotica simbiotica di tipo schizofrenico, peraltro associata ad un disturbo di personalità ossessivo compulsivo, segnalatami come particolarmente grave dallo psichiatra di riferimento, per la quale sono stati necessari in passato diversi ricoveri presso i servizi psichiatrici del paese in cui N., fino a qualche anno fa, ha vissuto insieme alla sua famiglia, ed in seguito un trattamento residenziale in una piccola Comunità terapeutica di Milano.
Attualmente N., grazie ai visibili miglioramenti degli ultimi anni, è impegnato in un percorso di trattamento integrato, che prevede una terapia di tipo farmacologico, prevalentemente a base di antipsicotici atipici e antidepressivi, e una terapia ad orientamento psicoanalitico.

Motivo originario della richiesta di presa in carico del paziente - richiesta che parte qualche anno fa dalla famiglia ormai esausta, e non di certo da N., il quale inizialmente si mostra del tutto inconsapevole della gravità del suo disagio psichico, mancanza di consapevolezza peraltro dimostrata dalla sua iniziale opposizione verso l’assunzione della terapia farmacologica - fu la totale impossibilità dei genitori, e in particolare della madre, di gestire N. in famiglia e la sua tendenza, via via sempre più violenta, ad “aggrapparsi” letteralmente ad essa, rendendole la vita impossibile e negando al contempo anche a se stesso qualsiasi forma di vita sociale, relazionale e scolastica (N. prima frequentava l’università), confinato com’era fisicamente dentro le mura domestiche e, sul piano psicologico, totalmente invischiato entro una dimensione fusionale con la propria madre, oltre alla quale egli non era in grado di percepire la presenza di ulteriori spazi evolutivi o di possibili oggetti alternativi di investimento e di relazione.

Già dai primi incontri l’impressione che ho avuto di N. era quella di un soggetto molto onnipotente dal punto di vista psichico, con una personalità fortemente connotata da tratti narcisistici, che probabilmente hanno a loro volta contribuito ad incrementare l’oppositività che egli ha manifestato, al principio, di fronte alla realtà della sua malattia, che a livello pratico si esprimeva, almeno inizialmente, in un radicale rifiuto dei farmaci, reazione più che prevedibile in un paziente come N. che, circoscritto nella sua dimensione di onnipotenza, considera il farmaco come una pericolosa delimitazione del suo potere. Ripercorrendo la biografia di N. pare possibile immaginare che, forse, egli ha diverse volte provato ad accedere al mondo che sta “fuori” (tenta di studiare, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza ma fallisce, tenta il suo ingresso nel mondo dei coetanei, vivendo anche una prima relazione sentimentale ma non riesce a reggere il confronto alla pari con gli altri), ma le sue ossessioni, la sua paura di perdere il privilegio di una relazione fusionale con la madre, il terrore della separazione, e dunque le angosce di frammentazione che ne conseguono, lo hanno bloccato nella scalata verso una vita integrata, riconducendolo metaforicamente al sicuro rifugio del grembo materno, che promette appagamento, ma che poi in realtà non gratifica fino in fondo.

La letteratura clinica a riguardo sostiene che, nel trattamento terapeutico di pazienti psichiatrici gravi come N., risulta sempre necessaria una prima fase di costruzione del rapporto in cui proteggere il più possibile il paziente dagli attacchi del mondo esterno può rivelarsi utile nella misura in cui tutela il paziente medesimo da eventuali (e spesso altamente probabili) ricadute o crisi.
Solo successivamente si potrà pensare ad una strategia di intervento terapeutico molto attenta all’aspetto di elaborazione e di contenimento dell’aggressività, peraltro particolarmente intensa in N., dalla quale egli tenta di liberarsi attraverso l’attuazione di rituali.

Tuttavia, nonostante l’obiettiva gravità del quadro psicopatologico, grazie all’adozione di una strategia terapeutica integrata, basata sull’affiancamento di un percorso di psicoterapia individuale all’azione antipsicotica dei farmaci, negli ultimi tempi N. sta sensibilmente migliorando. Il suo pensiero è più congruo, il tono dell’umore più regolare, deliri e allucinazioni sembrano essersi attenuati, mostra un maggior livello di autonomia personale. Il N. di qualche anno fa, segregatosi prima in casa e poi in comunità, totalmente non curante della propria igiene personale, si presenta oggi come una persona nuova che è stata capace di tollerare, seppur con alti e bassi, la separazione fisica dai genitori, e iniziare, nonostante la gravità della sua condizione psicopatologica, una scalata verso una nuova vita, questa volta più autonoma, chiaramente nei limiti del possibile; credo che il punto focale di qualsiasi progetto terapeutico adeguato consista, infatti, nell’affrontare la questione in termini di porsi obiettivi realistici, il che significa portare N. fino al punto che può realisticamente raggiungere, sulla base delle risorse di cui dispone: un possibile punto d’arrivo futuro nel percorso terapeutico di N., magari dopo forse quattro o cinque anni di cure, al di là dell’effettiva remissione della sintomatologia psicotica, non sempre conseguibile in condizioni così gravi, potrà essere raggiunto, per esempio, quando egli sarà divenuto capace di gestire in maniera più autonoma la propria quotidianità, riprendendo magari il percorso di studi interrotto e riappropriandosi di una vita sociale e/o affettiva mediamente normale, raggiungendo così un livello di funzionamento semi-autonomo, o di parziale dipendenza e, possibilmente, di tollerare la solitudine, questione a dir poco cruciale per un soggetto come N. fino a qualche tempo fa ancora avvolto nel suo guscio simbiotico protettivo con la madre. Purtroppo oggi non vi è la certezza che in futuro possa avvenire per N. una remissione totale e definitiva della sintomatologia, tuttavia credo che ciò non gli impedisca di riprendere in mano la sua vita e di coltivare le sue passioni. Seppur ancor oggi, dunque, non è possibile garantire né a N. né a tutti coloro che come lui convivono con la sofferenza psicotica una guarigione piena e permanente, credo che la speranza che ciò possa un giorno avvenire, e soprattutto che essi possano riprendere in mano la loro vita, costituisca per queste persone, e per lo stesso N., un diritto inalienabile.

 

Dott.ssa Marianna Salvato

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