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La moda nella donna. Un'etica estetica?

Scritto da Dott.ssa Mariapia Bobbioni.

Nel momento storico che attraversiamo sembra che la donna, figura che noi sappiamo complessa, creatura trasformabile, come anche la mitologia propone, e dunque curiosa dei saperi e dei linguaggi, si trova spesso costretta in una posizione soggettiva in cui il potere piuttosto che la potenza la riguarda, con esiti di soddisfazione alquanto discutibili.


La dimensione del visivo relativa all'abito, all'oggetto che circonda il quotidiano, sia in uno scenario pubblico sia privato, consente una lettura interessante dell'etica soggettiva. La moda è segno di un fenomeno. Desidererei proporre una piccola riflessione che riguarda la donna-velina, attraverso un “fenomeno moda” , voluto dal mercato e dai mass-media, e la lettura della donna comune, quella della strada.

È visibile una scissione per cui una figura femminile è costruita attraverso le modelle, le vetrine, lo spettacolo, ed è fissata ad una perfezione vuota: la bellezza deve essere assoluta e lontana da ogni ipotesi di caducità e di mancanza. Emerge quindi l'ideale di una certa intoccabilità attraversata dal concetto di lusso e di luce, quasi a voler negare che siamo in piena epoca del disagio della civiltà.

L'altra immagine femminile è rappresentata dalla donna comune, che preferisce trovare un proprio stile attraverso il recupero della storia del costume incarnata dalle sue ave. Alcune riviste femminili hanno ripresentato la moda degli anni '40, '50, '60 e '70, suggerendo alla lettrice una capacità di invenzione assolutamente propria.

È forte il pensiero di ritrovare una propria identità, lontana da schemi imposti, nella scelta, spesso inconscia, dell'indossare un tessuto, un colore, che ne dicono di un passaggio soggettivo.


Cristina Campo, filosofa, che molti di noi conoscono negli “Imperdonabili”, osservava: ”Un simbolo o un discorso di simboli era l'antico abito, un colpo d'occhio e si sapeva quale destino portava, voglio dire da quale destino era portato”. Parlare di destino di un soggetto significa accennare a un proprio romanzo, come lo intendeva Freud. L'esperienza analitica consente di osservare questo attraverso un gesto, la nuova scelta di un abito, un taglio repentino di capelli. In questa estensione del pensiero al corpo e all'abito, il soggetto si consente di essere continuamente in formazione, in questo senso si può parlare di etica dell'estetica. Lacan osservò, in una conversazione con la Lemoine Luccioni, che il bambino in qualche modo nasceva vestito, perché proveniva da un involucro, da quella sfera che noi ben conosciamo: la placenta. Se, come sostiene la Luccioni, gli oggetti per il femminile sono specie di protesi consolatorie di una certa mancanza, mi ritrovo con Barthes quando evidenzia l'importanza degli oggetti, perché sono oltre il tempo e ci aiutano a frenare il cammino verso la morte.

 

Dott.ssa Mariapia Bobbioni

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