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La psicologia come gestione sociale del disagio

Scritto da Dott. Giancarlo Ricci.

Penso sia urgente, in quest’epoca in cui varie forme di psicologie hanno invaso e informato ogni settore della vita sociale, proporre alcune riflessioni. La parola psicologia, nelle sue disparate applicazioni, fa capolino nella nostra recente modernità, fino a risultare trionfante nella contemporaneità. Per situare bene la genesi di questo termine collocandolo in una prospettiva sociale, storica e politica, bisogna ritornare a qualcosa che accade tra la fine degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40 in Germania all'interno del regime nazionalsocialista. Si tratta del sorgere di un Istituto di Psicologia promosso e sostenuto dal cugino del famoso gerarca nazista Göring. Sul presupposto della razza ariana, quindi una razza perfetta, esente da tare, l’ideologia nazista è costretta a tagliar corto con la tradizione della psichiatria organicista che si basava sull’ereditarietà. Quindi è costretta a riconoscere un valore positivo all’istanza psicologica e psichica. Il regime nazista tra il ‘39 e il ‘42 finanzia e sostiene l'Istituto Göring: una serie di consultori, attività articolate di formazione, terapia e cura “psicologica” fortemente situate in una prospettiva sociale. Tutto ciò è documentato nel libro di Geoffrey Cocks, Psicoterapia nel Terzo Reich (Bollati Boringhieri), testo che pare dimenticato.


Il regime nazista successivamente non potendo ammettere l’ebraicità di Freud lo mette al bando e ugualmente la psicanalisi: opta così per il significante psicoterapia per epurare la psicanalisi da quegli elementi (per esempio l’inconscio, il fantasma, il sogno) ritenuti poco governabili e controllabili. Per la prima volta, storicamente, si attua un divario, una contrapposizione tra psicoterapia e psicanalisi, tra psicologia e lavoro dell’inconscio. È vero che Freud nei suoi testi usa il termine psicoterapia o terapia. Tuttavia quando Freud parla di psicoterapia indica l’effetto di terapia che si svolge nel contesto del lavoro analitico: è un effetto, ma non l’unico. Lui stesso lo riconosce. Parla anche di “post-educazione”, termine abbastanza trascurato dagli stessi analisti. In altre pagine Freud lo afferma diverse volte: la psicanalisi è un lavoro di civiltà (Kulturarbeit). Di certo per Freud la pratica della psicanalisi si muove in una direzione culturale entro cui esiste anche la nozione di terapia. La psicanalisi freudiana non esclude la terapia, ma non si ferma ad essa, semmai la colloca in un orizzonte culturale, intellettuale e sociale più ampio.


Il nazismo, evidentemente, ha cercato di assimilare una certa nozione di psicoterapia rendendola funzionale al regime. Esso voleva favorire l’estensione di consultori per la maternità, per le coppie, per la psicologia del lavoro, per la riabilitazione dei traumi di guerra, per l’integrazione sociale e l’adesione agli ideali patriottici. La psicologia e la psicoterapia erano un potente sistema di supporto a questa integrazione e all’adeguamento. Quando questo Istituto terminò di esistere, la guerra ormai era alle ultime battute, molti di questi psicoterapeuti si rifugiarono a Londra e negli Stati Uniti e lì, da esuli, incominciarono a lavorare. Alcuni di costoro contribuirono, direttamente o indirettamente, a formare quella corrente che si chiama ego-psychology la quale, successivamente, nel dopoguerra, rimbalzò dall’America e approdò verso gli anni ’50 e ’60 in Europa, soprattutto nell’area anglosassone. Non a caso nel dopoguerra furono soprattutto gli anglosassoni a rilanciare e a riprendere le fila del discorso analitico, dalla Klein a Winnicott e a molti altri.


Da quegli anni così fecondi di pensiero e di ricerca, nei decenni successivi, la psicologia, come forma banalizzata e banalizzante della complessità psichica, ha preso piede ed è chiamata in causa dappertutto. Fino al punto - e questo fa impressione - che trasmissioni con contenuti psicologici hanno invaso televisione, reality show, dibattiti.  Si potrebbe leggere questo fenomeno come una sorta di emergenza sociale, come un modo per tamponare un disagio dirompente, o come una modalità pseudo didattica per porre rimedio a uno smarrimento che colpisce genitori, madri, giovani, anziani, coppie, ecc. La psicologia oggi rischia di diventare una sorta di tecnica che cerca di arginare e indirizzare, di spiegare e suggerire. Vorrebbe porsi come una figura dell’ascolto, della comprensione, dell’aiuto, ma in realtà funziona soprattutto fornendo uno schema di comportamento e di adeguamento. Per esempio fa impressione pensare che ogni rivista o quotidiano ha la sua “posta del cuore” o altre forme di consulenza psicologica. Tutti sanno che sono finzioni. Eppure se ciò funziona in modo così diffuso significa che c’è qualcosa nel sociale che strutturalmente vacilla. La contemporaneità è un vacillamento, un vacillamento sconfessato. Ecco perché procede attraverso crolli improvvisi.

Dott. Giancarlo Ricci

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