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A quale categoria diagnostica appartengo?

Scritto da Dott. Mattia Zanin.

La categorizzazione delle diverse patologie psichiche risponde innanzitutto all'esigenza della comunità scientifica di formulare delle convenzioni diagnostiche, in grado di permettere la comunicazione fra gli esperti e lo stesso progredire della ricerca.
I metodi per giungere ad una diagnosi sono da sempre terreno di dibattito e concernono vari aspetti del vivere sociale e della medicina, dall'efficacia degli interventi clinici alla validità del discorso scientifico sottostante, alla biopolitica.
La globalizzazione delle istituzioni, l'esigenza di trovare un linguaggio condiviso, annessi all'informatizzazione del sapere, hanno portato alla stesura di codici condivisi, più o meno imposti, quali il DSM e l'ICD.
Il dibattito metodologico verte soprattutto su alcuni concetti come la validità e l’attendibilità, sistema categoriale o sistema dimensionale, sistema monotetico o sistema politetico, ecc.

Ciò su cui vorrei però attirare l'attenzione riguarda “l'uso” che spesso i pazienti e le persone in generale fanno delle classificazioni diagnostiche, in risposta ad un bisogno di riconoscimento che rimanda dunque ad una funzione identitaria di tali classificazioni. Che rimanda ad un "fare gruppo".
Uso delle classificazioni da parte della comunità scientifica e “uso” delle classificazioni da parte dei pazienti sono due pratiche ben distinte ma che si incontrano nella cura.

 

Molti pazienti, come molti utenti che scrivono nel nostro sito, manifestano proprio questo bisogno di riconoscimento del proprio sintomo. Si chiedono se il loro comportamento o le loro sensazioni possano essere un sintomo classificato o classificabile; sperano che lo sia.
C’è questo grande senso di riconoscimento quando qualcuno ci dice “è normale, altri sono come te, provano le tue stesse sensazioni”. C’è questo grande bisogno di riconoscimento, anche se magari si viene definiti “anormali”; l’importante è essere riconosciuti.
La ricerca di una categoria patologica nella quale essere inclusi è l’effetto di un bisogno sociale. È qualcosa di sufficiente, anche se non è la soluzione migliore. È la cosiddetta second best.

Appare troppo semplicistico, e pertanto troppo difficile da penetrare in profondità, il fatto che i moti pulsionali si dispieghino in fondo lungo pochi ma fondamentali assi strutturali.
Basti guardare che spesso il disagio è in realtà un discorso sul potere,  sul non potere, sulla soddisfazione e sull’insoddisfazione, sul godimento e sul non godimento. Un discorso riguardo alla relazione con l'altro.
Ma come possiamo, per esempio, fare un discorso serio sul potere essendone così coinvolti da una parte o dall'altra?

Il bisogno di poter essere inclusi in una categoria patologica porta con sé una altrettanto forte ed opposta spinta narcisistica: “La mia patologia sarà per forza qualcosa di particolare”. Di qui il proliferare della nomenclatura, per stare dietro al “mercato”.
La medicalizzazione dell’apparato istituzionale psicoterapeutico risponde spesso alle esigenze del sintomo, che non cerca altro che poter esistere, che ricerca una sua identità in grado di permettergli di sostituirsi al soggetto, di essere il soggetto.
Certa psicologia fa il gioco del sintomo, potremmo dire.
Ma poi spesso subentrano la paura e il desiderio, in fondo dell’altro, per cui si spera di non essere troppo diversi ma contemporaneamente di distinguersi. Alla domanda di gruppo si affianca una domanda d'amore. Subentrano i moti profondi, le fondamenta. Subentra un resto da cogliere.

Molte persone coltivano un intimo timore di mostrarsi, si ha una forte paura del giudizio degli altri ed anche questo, a rifletterci bene, è paradossale se confrontato con l’attuale andamento della società, perlomeno nei suoi fenomeni massificati ed evidenti. Da un lato le persone hanno questa paura e dall’altro lato risulta piuttosto evidente che “nessuno si stupisce più di niente”. Personaggi mediatici, pubblici - siano essi attori o politici o dir si voglia – agiscono determinati comportamenti “perversi” e la società reagisce con un notevole accoglimento o indifferenza. C’è questo grande scarto fra il timore di mostrarsi espresso dalle persone e il fatto che il mostrarsi incontri una forte accettazione e inclusione da parte della società.

Dunque cos’è che non viene realmente mostrato?


Dott. Mattia Zanin

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